5. Cultura africana
Introduzione
L’immensa e secolare ricchezza dei valoriumani e spirituali della cultura tradizionale africana simanifesta, in forma naturale e spontanea, nella vita concreta dellepersone, delle famiglie e dei popoli africani; nelle loroconvinzioni e credenze, nei riti, nelle cerimonie ed negliatteggiamenti; nei loro comportamenti verso il soprannaturale, ilcosmo, la persona umana, la società, il mistero della vita edella morte.
Data la facilità con cui il messaggio e ivalori francescani vengono accolti in tutti i popoli africani, sipuò concludere che il carisma francescano ha una profondarisonanza nell’anima e nei valori che informano la culturatradizionale di questi popoli. Gli africani si identificanoagevolmente con molti aspetti della vita e della spiritualitàfrancescana, come, per esempio, la profonda fede in Dio, sommoBene; la fraternità; la solidarietà; l’amore per lavita e per i figli come dono di Dio; l’amore per ilcreato.
Parlando di cultura tradizionale africana, non siignora la pluralità e la diversità delle forme con cuiquesta si esprime nel Continente. L’Africa, con i suoi 53Paesi, è in realtà un vivacissimo mosaico di popoli,etnie, tribù, clan e culture, apparentemente molto diverse leune dalle altre: Hamite-Camitas, Nilóticos, Sudanesi, Banthu,Koisane, Malgasci ed Arabi. Tuttavia non si può negareun’unità fondamentale esistente in tutti i popoli delContinente, molto evidente nelle caratteristiche delle etnie, nellecredenze religiose e nelle manifestazioni della cultura e dellaciviltà negro-africana.
L’eredità comune primitiva non èandata completamente distrutta. Continua attivamente, infatti, comeun fiume sotterraneo, a fecondare, ispirare e influenzare le nuoveacquisizioni culturali degli attuali popoli. In ciò risiede laragione fondamentale che spiega l’incredibile somiglianzadella concezione dell’universo, del sistema religioso,educativo, sociale ed economico; l’alta percentuale deivocaboli comuni nelle varie lingue, anche molto distantigeograficamente.
La nostra riflessione parte da due presupposti:la pluralità e la diversità non sono una negazionedell’unità originale; l’evoluzione non distruggetotalmente il nucleo originario. Ciò che ho appreso nellevisite alla varie regioni dell’Africa, mi porta a concludereche, al di là della diversità delle forme e delleespressioni, esiste in tutta l’Africa nera una unitàculturale di base, che si manifesta nei seguenti aspetti: ilprincipio della relazione e partecipazione comunitaria alla forzavitale universale; la profonda religiosità e apertura al sacro(trascendente/spirituale); la credenza nell’immortalitàe nella intermediazione degli spiriti (degli antenati); laprevalenza del bene comune sugli interessi individuali; il fortesenso della famiglia; i valori della solidarietà,ospitalità e condivisione; l’amore per la vita e lafecondità; il rispetto e la venerazione per gli anziani e peri bambini; il senso della pazienza e della speranza nellavita.
Vediamo ora come questi aspetti della CulturaTradizionale Africana, che da ora in poi chiamerò CTA, siarticolano e si manifestano a partire da sette categorieesistenziali che costituiscono la base della nostrariflessione.
1. L’ascolto
La società tradizionale africana e la suacultura sono strutturate in funzione dell’oralità. Ilpensiero, l’azione e la relazione sono organizzate in armoniacon i principi dettati dalla tradizione ereditata dagli antenati etrasmessa oralmente di generazione in generazione. La parolaparlata, proclamata, cantata o, semplicemente, gesticolata svolgeun ruolo di estrema importanza. È la parola che articola,spiega e chiarisce i meccanismi che reggono i vari aspetti dellavita della comunità: religioso-sacro, potere politico ediritto legislativo. È ancora la parola primordialepronunciata dal patriarca fondatore del clan che indica ladirezione sicura, in caso di dubbio; che stabilisce la comunione eristabilisce l’armonia in caso di conflitti econtrasti.
Nella CTA la parola è il ponte di unitàe continuità tra il passato, il presente e il futuro. Laparola rituale ricrea il cosmo e garantisce la continuitàdell’unità vitale universale.
Poiché l’oralità è un trattostrutturale importante della CTA, essenzialmente fondata sullaparola, è ovvio che la capacità dell’ascolto sia lavirtù più apprezzata nella società tradizionaleafricana. Una caratteristica fondamentale di questa cultura èl’esigenza della fedeltà al contenuto del messaggio(tradizione), ereditato dagli antenati e trasmesso alle generazionisuccessive, senza perdere la sua forza unificatrice ed illuminanteper il clan.
Per capire quanto sia importante per gli africanil’ascolto, basta guardare lo spazio e il tempo che gli vieneriservato nella vita, nel linguaggio e nei rapporti tra le persone,come nelle cerimonie e nei riti.
In molti popoli africani, come per esempio tra iVatonga, i Vatshwa, i Vatxopi e i Varonga, il termine usato perdire “sentire” ha un significato che va oltre lasemplice attività sensoriale dell’udito. Udire (gupwa)è usato per esprime tutte le impressioni e le sensazioniinteriori. Si dice: “sentire fame (desiderio)”,“sentire sofferenza”, “sentire amore”,“sentire allegria, “sentire pace, ecc. Gupwa, pertanto,è fare esperienza globale dellarealtà.
Allo stesso modo il verbo “ascoltare”(gu yingisa), ha un significato molto ampio. In Gitonga “guyingisa” non vuol dire solo udire, ma, soprattutto,conformarsi ai principi stabiliti, osservare le istruzioni e lenorme ricevute. Ascoltare (gu yingisa) significa anche vivere ecomportarsi secondo gli insegnamenti ricevuti dai più anziani,i detentori dell’esperienza e della saggezza. Così valeper la forma negativa del verbo. Quando si dice che una persona nonascolta (kha yingisi) può significare che non ode, come ancheche non ha la capacità di ascoltare, di vivere inconformità alla norme vigenti, di accettare il processo diconversione, di crescere e di manifestare una crescita nelle sueattitudini.
I giovani devono sviluppare la capacità diascoltare attentamente e silenziosamente, così da non perderegli stessi dettagli di ciò che è stato trasmesso lorodagli anziani. L’ascoltare africano coinvolge tutta lapersona: non si tratta di ascoltare solo con gli orecchi, ma con ilcuore (rula monyo u yingisa), con l’intelletto (rula wongo uyigisa) e con tutto il proprio essere (rula u yingisa). Ascoltarecosì acquista un significato molto profondo: èinteriorizzare, assimilare e fare attenzione alle esperienze legatealla memoria collettiva del clan, per poterle trasmetterle come sipartecipasse direttamente. Ascoltare è immergersinell’esperienza fondante di ciò che staall’origine della tradizione. Infatti, quando un africanonarra gli avvenimenti della storia dei suoi antenati, dice:“noi”, come se fosse stato presente e fosseprotagonista e testimone diretto di ciò che stanarrando.
Altra caratteristica importante della CTA èl’ascolto attento, affettivo, paziente e rispettoso.L’africano ha tutto il tempo per ascoltare il suointerlocutore. Non troncherà mai la parola che sta per esserepronunciata, perché questa parola ha la forza, la vita e lapersonalità di chi la pronuncia.
L’ascolto-presenza solidale, molte voltesilenziosa ma intensa, è un’altra caratteristica moltocomune negli africani. Accanto all’ammalato, alla personaangosciata, soprattutto a causa della morte di qualcuno, gli amicirimangono ore e ore, perfino giorni, non per pronunciare parole, masemplicemente per essere presenti. Tale presenza accompagnata dagesti semplici – un’attenzione, un sorriso, uno sguardodi amicizia –, produce frutti assai benefici nel cuore enell’animo dell’altro.
Per concludere il discorso sull’ascolto,penso che sia importante notare che in varie culture africane lapersona saggia deve avere grandi orecchi per ascoltare tutto egrandi occhi per vedere tutto, ma una piccola bocca per parlarepoco. Agli emissari e portatori di messaggi che incrociano icammini africani viene raccomandato di avere quattro occhi, quattroorecchi ed una sola bocca, per dire che devono dedicare attenzionee tempo all’ascolto e all’osservazione dellarealtà e parlare poco e solo quando è necessario. Ilciarliero non è ammesso nel consiglio degli anziani, dovevengono prese le decisioni più importanti nella vita delclan.
2. Incontro
La società tradizionale africana èfortemente segnata dal senso dell’incontro. La vita è unincontro. Vivere è incontrare continuamente nuove terre, nuoverealtà, nuove persone e nuove esperienze. Ciò spiega laspiccata tendenza dell’africano ad inventare occasioni diincontro, di celebrazione e di festa. Anche la ragionedell’irresistibile attrazione degli africani verso ilmercato, non tanto come un luogo di compravendita, ma soprattuttocome luogo di incontro per rivedere gli amici, rinnovare i legami efare nuove esperienze.
Fin dalla nascita il bambino africano vieneintrodotto, attraverso cerimonie e riti di presentazione, in unprocesso graduale di incontri con i differenti livellidell’esistenza, così da armonizzarsi completamente contutte le forze che costituiscono l’unità e lapartecipazione vitale di tutto il cosmo.
Dopo il parto la madre e il bambino non possonouscire dal luogo riservato (protetto), prima di circa sette giorni,fino a che non si svolgano le cerimonie e i riti di presentazionedel nuovo essere agli elementi fondamentali della Natura: terra,acqua, aria (nei suoi quattro venti o punti cardinali) e ilfuoco.
Con queste cerimonie il bambino viene integratoed armonizzato con le principali forze cosmiche, affinché nonvenga escluso come elemento estraneo al sistema. Seguono, poi, iriti di presentazione e di armonizzazione con le persone, il clan ela società. Con questi riti si dà al bambino la nascitasociale, etnica e culturale. Durante questo tempo il neonato vieneiniziato, in modo rituale e simbolico, alle tradizioni e alleattività che caratterizzano il clan: caccia, pesca,agricoltura, pastorizia, guerra, ecc. Nei clan che si dedicano allacaccia, si mette nella manina del bambino di sesso maschile unpiccolo arco simbolico e vengono pronunciati voti, affinchécresca e diventi un uomo forte, capace di mantenere la sua famigliacon la sua attività di cacciatore.
Nel giorno in cui il bambino esce, con sua madre,viene organizzato un grande incontro di festa con la presenza ditutta la gente: i membri della famiglia, i parenti, gli amici, ivicini, ecc. È il primo incontro del neonato con lasocietà allargata oltre le frontiere del proprio clan. Inquesto giorno viene dato ufficialmente al bambino il nome difamiglia previamente designato attraverso l’oracolo degliantenati o ispirato dal sogno dell’anziano delclan.
La nascita religiosa avviene sotto l’alberodegli antenati, con la presentazione rituale del neonato ai suoiantenati protettori. Il suo nome viene pronunciato per la primavolta pubblicamente ed acclamato da tutta l’assembleariunita. Ora che il neonato è una persona con un nome propriodentro il clan, deve essere inculturato attraversoun’educazione che gli permetta di assumere, identificarsi edarmonizzarsi completamente con il suo clan, assumendo le norme e ivalori culturali dei suoi antenati. Userà questo nome fino altermine dei riti di iniziazione che avverrà nellagioventù, quando l’iniziato potrà scegliere persé il nome da adulto.
L’incontro con l’altro si estende ematura durante la vita, attraverso una densa rete di relazioni diamicizia e di alleanze, dentro e fuori del clan, per raggiungere lasua massima espressione nel matrimonio e nella trasmissione dellavita con la generazione di figli. Questi incontri continuano conpatti ed alleanze che permettono all’individuo di allargareal massimo la rete dei suoi incontri, influenzando così glialtri clan. Per questo l’africano anziano cerca di averemolti figli e figlie per poterli sposare in vari clan ed ampliarein tal modo il suo prestigio e l’influenzasociale.
L’incontro con la morte è un altromomento solenne nella vita dell’africano. Tale incontro vienepreparato per tempo durante la vita della persona ed èprolungato per molto tempo dopo la morte. L’incontro con lamorte è in Africa un incontro che, a sua volta, genera emotiva altri incontri tra i membri della famiglia, tra questi e gliantenati e il cosmo con cerimonie e riti finalizzati a restaurarel’armonia e la partecipazione vitale universale laceratadalla morte. L’incontro con la morte apre la porta perl’incontro definitivo con gli spiriti degli antenati.Ciò costituisce una grande aspirazione per l’africano:attingere la piena maturità della persona umana, diventare unospirito protettore ed entrare nella comunità di coloro chegià hanno oltrepassato la barriera della morte e che ora sidedicano a garantire la vita, la felicità e l’armoniadei suoi discendenti.
Il culto degli antenati (parentais) èun’occasione privilegiata per il rincontro della grandefamiglia del clan, i vivi e i morti, per celebrare la suaunità come famiglia; per ricordare la sua origine e il suopassato comune; per rinnovare le sue speranze nelfuturo.
3. Accoglienza edospitalità
Un buon focolare (una buona famiglia) èquello che accoglie ospiti
(Ndranga nya yadi khiyo nyavapfhumba)
Tra i valori che caratterizzano la CTA figuranoanche l’ospitalità e l’accoglienza. In varielingue dell’Africa occidentale – ad esempio, Evve-Minadel Togo-Benin-Ghana – ogni straniero o ospite che arrivaviene considerato come “il desiderato” (amedjro).Accogliere bene l’ospite viene considerato in tutti i popoliafricani, come la regina delle virtù ed è ciò cherende nobile una famiglia. Tra i Vatonga un requisito importanteper una fanciulla che si vuole sposare è che sappia accoglierebene gli ospiti. Quando i navigatori portoghesi nel cammino versol’India giunsero per la prima volta sulle coste africanedell’Oceano indiano, nella terre degli Inhambane, rimaseromeravigliati per la calorosa ospitalità con la quale furonoaccolti dagli abitanti del luogo, che li invitarono ad entrarenelle loro case e a condividere quello che avevano. E chiamaronoquella terra “la Terra della BuonaGente”.
In verità, per gli africani l’altro,il diverso, non viene visto come un concorrente, o come unaminaccia alla propria condizione, ma è sempre qualcuno cheporta qualche cosa che ci manca per essere completi, e, a suavolta, riceve ciò che noi abbiamo da dare e comunicare. Loscambio dei doni tra la persona che visita e quella che vienevisitata è una forma simbolica per rappresentare questaprofonda complementarietà. Il senso dell’accoglienzadell’africano sottolinea proprio questa reciprocità deldare e del ricevere che non defrauda, né svuota nessuno, ma alcontrario, arricchisce entrambi.
La famiglia africana tradizionale è benfelice e si sente onorata nell’essere visitata,nell’accogliere gli ospiti. Chiunque arrivi, e in qualsiasiora, è sempre il benvenuto. Non c’è bisogno diavvisare. Se lo si può fare, è meglio, ma se non sipuò, non ci si deve preoccupare. L’arrivodell’ospite è sempre una festa, unabenedizione.
La famiglia si sentirebbe molto offesa se venissea sapere che un amico è passato nei paraggi senza entrare incasa o che si è recato al ristorante per mangiare o in unhotel per dormire, solo perché non ha avvisato. «Dovemangia uno, si mangia in dieci», dice un detto africano.Nessuno rimane senza mangiare. E il meglio che si ha in casa èper l’ospite.
Nella famiglia africana il mangiare è semprepreparato in quantità eccedente, rispetto ai membri dellafamiglia, per poter provvedere ad un possibile ospite inaspettato.Un occidentale al vedere ciò, scandalizzato, dice: «mache spreco! Questa gente non ha nessuna nozione di economiadomestica. Perché, pur essendo pochi, cucinano in una pentolacosì grande?».
L’accoglienza tra gli africani èsempre una cerimonia che può essere molto semplice ocomplessa, a seconda delle circostanze, ma implica sempre lacondivisione delle esperienze, la comunicazione dellenovità.
Gli aspetti più apprezzatidell’accoglienza sono: l’attenzione, la calma e laserenità, il saper dare tempo al tempo per ascoltare, percreare un clima di intimità favorevole alla comunicazioneprofonda. Invitare l’ospite a sedersi, offrire un po’di acqua, o una birra tradizionale, preparare l’acqua per ilbagno o servire rapidamente un piccolo spuntino, sono tutti gestimolto apprezzati tra gli africani.
Accogliere ed ascoltare qualcuno, è sapererispettare il suo ritmo e aspettare con pazienza e delicatezza ilmomento dell’altro. Il visitatore è capace di farpassare ore, parlando di molte cose, prima di dire il vero motivodella visita. È un rendersi conto se la persona èpreparata per accogliere il messaggio, soprattutto, quando sitratta di un argomento difficile come la morte, i problemi dellepersone, ecc. Per questo motivo gli africani si sentono offesi escandalizzati se notano che il padrone di casa è preoccupatoper il tempo o cerca di fare le cose in fretta. Se l’africanonon trova un ambiente sereno ed accogliente, può andarsenesenza comunicare il messaggio che ha in cuore. Per tale motivo, chiaccoglie non può dare all’ospite l’impressione diessere frettoloso, preoccupato e imbarazzato. Se l’ospite sirende conto di questo, concluderà che non è ben visto ecercherà di ripartire al più presto.
Salutare l’ospite sulla porta è unascortesia inammissibile. Mai chiedere al visitatore: «quantigiorni ti fermi»? o «quando riparti»? Tali domandevengono facilmente interpretate come una cacciata. Così purenon si chiede se vuol mangiare o se ha fame o cosa desideramangiare. Non si avranno risposte sincere: l’africano nondirà mai che ha fame o che preferisce mangiare questo o quelcibo; dirà sempre di no, anche se ha fatto un lungo viaggio enon ha mangiato né bevuto.
4. Relazione
La relazione è un categoria esistenzialefondamentale nella CTA. La vita è essenzialmente relazione. Lapersona umana è un essere in relazione continua con il mondointeriore ed esteriore, con la società, con gli spiriti degliantenati, con Dio (“Nungungulu”). Relazionarsi èla condizione esistenziale dell’africano, la cui vita èfondamentalmente radicata nel principio della partecipazionecomunitaria.
L’africano concepisce l’universo comeuna grande unità esistenziale, in cui esistono vari gradi direlazione. Ecco le categorie degli esseri: spiriti, animali,piante, esseri inanimati, e fenomeni naturali sono animati di vitae sono intimamente legati tra loro da una forza che li mantiene inintima relazione di solidarietà, interdipendenza ed armoniauniversale. L’equilibrio è garantito solo in quanto ognilivello dell’esistenza gravita dentro una propria orbita,obbedendo alle proprie leggi. La rottura in qualche punto dellacatena porterebbe alla disintegrazione di tutto il sistema. Laqualità della vita, la pace, il benessere, la salute, laprosperità, la felicità e la sicurezza delle persone edella società dipendono dal mantenimento di questa armoniacosmica.
La persona umana, “muthu”, occupa ilcentro dell’equilibrio universale delle forze cosmiche:è “l’ombelico” del mondo. Ha una relazionespeciale con ogni livello dell’esistenza e questi sono vistie valutati in funzione della loro relazione con la persona umana.Tutta la creazione è unita profondamente ed armonizzataattraverso la partecipazione vitale e l’interscambio degliuomini tra loro e con Dio, mediante l’intermediazione degliantenati. Per l’africano la relazione verticale (con Dio econ gli spiriti) e orizzontale (con le persone e con il mondo)coinvolge sempre la totalità della persona umana: corpo,mente, spirito ed emozioni. La frontiera tra lo spirituale e ilmateriale, tra il religioso e il secolare è talmente tenue chedifficilmente si distingue.
È importante notare che in ogni tipo direlazione è di grande importanza il ruolo degli intermediari.Generalmente l’africano non tratta personalmente gliargomenti che meritano rispetto. Tutti gli argomenti importanti– matrimonio, affari, contratti ed alleanze – vengonoaffrontati attraverso degli intermediari. Nello stesso ambitofamiliare spesso viene utilizzata la mediazione della madre o dellanonna per parlare con il padre di un argomento importante. Lamedesima modalità si verifica in camporeligioso.
L’aspetto più noto della relazionenella CTA è nella religiosità, eredità ricevutadagli antenati e fedelmente trasmessa. Essa investe ogni aspettodell’esistenza ed influisce sui comportamenti individuali ecollettivi. L’africano è un essere profondamentereligioso, immerso nel mondo della religiosità ancor primadella nascita e dopo la morte. Dove sta un africano, lì viè la sua religione. Egli la porta sempre con sé: neicampi, nelle aule scolastiche e nell’esameall’Università, nello stadio e nella birreria,nell’ufficio e nell’Assemblea della Repubblica ed anchenella vita religiosa. Questa religiosità diffusa si manifestae si esprime attraverso credenze, gesti, simboli, riti, cerimonie,celebrazioni, atteggiamenti e pratiche tradizionali. In tuttociò sembrano mescolarsi tutte le attività possibili:medicina, educazione, politica, magia, stregoneria, credenza nellavita oltre la tomba, credenza nella presenza ed influenza deglispiriti dei defunti sui vivi, la credenza in Dio unico ecreatore.
La vita della persona umana, nel pensieroafricano, è totalmente immersa nel mistero della provvidenzadi Dio, “Nungungulu”, Creatore e Signore di tutte lecose, fonte permanente di ogni bene e di ogni grazia di cui lapersona ha bisogno per essere felice. La relazione con Dio sirealizza naturalmente attraverso la vita. Dio èall’inizio e alla fine della vita e presiede tutte leattività della persona e della comunità. Nella salutel’africano dichiara: «per grazia di Dio, sto bene».Quando ci si congeda, chi parte dice: «Dio ti guardi» echi rimane risponde: «va’ in pace! Dio ti protegga ebenedica il tuo cammino». Quando ci si interroga sulla vita esul futuro o quando si è accusati ingiustamente, èfrequente ascoltare gli africani che affermano: «Dio sa»o «Dio vede». Nell’intraprendereun’attività importante o semplice, si premette: «seDio vuole o se Dio mi aiuta, si farà». Sembra che tuttala vita dell’africano sia una preghiera continua, orientatapermanentemente a Dio.
Nonostante il riferimento continuo a Dio, gliafricani non mostrano apparentemente segni esterni di cultodirettamente riferito a questo Dio. È sorprende vedere ilcontrasto tra la frequenza con cui il nome di Dio viene pensato,invocato e pronunciato, e l’assenza quasi totale di segniesterni di credenza nella presenza di Dio. Di fatto, nellareligione tradizionale africana non si incontrano luoghi sacri,nemmeno altari, immagini, riti, calendari dedicati a Dio. È inquesto modo che l’africano afferma categoricamentel’assoluta trascendenza e onnipresenza di Dio. Inverità, tutto il cosmo è il luogo di Dio, tutto il tempoappartiene a Dio e tutta la vita è un canto di lode a Dio. Diosta al vertice di tutto e non si confonde con nessun aspettoparticolare.
L’idea che l’africano ha di Dioè quella di un Padre buono e previdente, che conosce eprovvede con amore paterno a tutte le necessità dei suoifigli. La relazione con Dio è caratterizzata da una fiduciatotale, poiché Egli non smette mai di comunicare la vita agliuomini, né ha bisogno che essi Gli rivolgono delle richieste.Nel comportamento religioso degli africani non si verificanoatteggiamenti di paura nella relazione con Dio. La persona non habisogno di difendersi da Dio, poiché nessuna disgraziapuò venire da Dio. Nella religione tradizionale africana nonsi conoscono riti e cerimonie magiche per proteggersi controqualche azione di Dio. Non c’è bisogno di fare sacrificiper placare l’ira di Dio. Con Dio non si fannoaffari.
La relazione con gli spiriti occupa un posto dirilievo nella religiosità tradizionale africana.L’universo africano è popolato da innumerevoli spiritiche esercitano un grande influsso nella vita e nei comportamenti,personali e comunitari, della società africana. Ci sono glispiriti della terra, quelli della foresta, gli spiritidell’acqua (mare, fiumi, laghi), gli spiriti del deserto equelli della famiglia. Gli spiriti, situati gerarchicamente al disotto Dio e al di sopra dell’uomo, sono i messaggeri eservitori di Dio nel governo del mondo. Il rapporto tra Dio e gliesseri umani è possibile solo attraverso gli intermediarispirituali, particolarmente, gli Antenati del Clan(Dzinguluve).
Per gli africani i morti non sono morti,continuano a vivere e a partecipare alla vita e agli avvenimentidella loro famiglia, del loro clan. Sono quelli che offrono ai lorodiscendenti la protezione contro ogni sorta di male, soprattuttocontro gli attacchi degli spiriti cattivi; presentano a Dio lenecessità e le richieste dei loro discendenti; assicurano adessi la vita e le grazie che vengono da Dio.
Nonostante che sono nello stato di spirito,questi intermediari hanno tendenze ed esigenze proprie degliuomini: vogliono mangiare, desiderano affetto, amano esserericordati per rimanere vivi, esigono che le tradizioni e gliinsegnamenti da loro lasciati siano fedelmente osservati daidiscendenti. Se non vengono accontentai in queste esigenze, siadirano e si vendicano, non permettendo il passaggio della grazia edei benefici divini. Sta qui la ragione per la quale lareligiosità tradizionale africana si occupa di più dellarelazione con gli spiriti degli antenati che della relazione conDio. Gli africani non nutrono timore nei confronti di Dio, ma deglispiriti che possono bloccare la comunicazione con Dio. Ènecessario essere in buone relazioni con gli spiriti, affinchéi canali della vita divina restino sempreaperti.
Gli africani temono ancora di piùl’influsso negativo degli stregoni che hanno il potere dimanipolare magicamente la forza vitale della natura e diindirizzare gli spiriti cattivi contro le persone, procurando loroogni sorta di male. La maggior parte delle cerimonie e dei ritidella religione tradizionale africana sono destinati a pacificarequesti spiriti. È in questo senso che appare l’aspettonegativo di questa religione: la paura e la magia. La preponderanzadell’intermediazione nella CTA ha indotto alcuni studiosi emissionari all’errore di considerare la religione africanacome politeista. Ma di fatto non ècosì.
La relazione con la famiglia è perl’africano la principale fonte di affetto e di sicurezzapsico-affettiva. Sono molto forti e profondi i legami che vincolanol’individuo alla sua comunità familiare: l’amorepaterno esercitato con autorità, severità, protezione esollecitudine; l’amore per il padre fatto di rispetto,timore, obbedienza, riverenza e venerazione (gli stessi sentimentivanno coltivati anche versi le persone anziane); l’amorematerno pieno di affetto, tenerezza, protezione e dedizione per ifigli; l’amore fraterno colmo di affetto, di confidenza, diamicizia e di solidarietà. La comunità del clan offretutti rapporti che sono regolati da credenze, norme, usi e costumitradizionali. Per completare l’informazione, credo importantesottolineare il fatto che il concetto africano della famigliaallargata presenta differenze notevoli rispetto al concettooccidentale di famiglia nucleare. Nella comunità familiareafricana non esistono zii, cugini e nipoti, ma genitori, fratelli efigli. I fratelli di mio padre sono miei padri; i figli deifratelli di mio padre sono tutti miei fratelli. Così tutti ifigli e le figlie dei miei fratelli sono i miei figli. E ciòè tanto rilevante che in alcune etnie, come in Guinea Bissau,la responsabilità dell’educazione dei giovani ricade inprimo luogo sul fratello del padre o della madre a seconda seè una società patriarcale omatriarcale.
Ogni grado di parentela obbedisce a norme diriferimento ben definite e che non si devono offuscare.L’individuo viene accolto o rifiutato nella misura in cuiè capace di assimilare, rispettare ed identificarsi con questenorme della comunità. L’africano non può andarecontro le norme tradizionali della sua comunità, perchéaltrimenti provocherebbe la rottura nell’equilibrio dellapartecipazione vitale, attirando disgrazie per sé e per tuttala famiglia. La persona non ha tanto paura di Dio, ma del giudiziodella comunità. Il timore del giudizio della comunitàè maggiore di quello della propriacoscienza.
È molto significativa la relazione diintimità che unisce il figlio alla madre non solamente durantela gestazione e l’allattamento, ma durante tutta la vita. Ilbambino africano passa la maggior parte delle ore del giorno suldorso della madre. La madre lavora, suda con la sua creatura suldorso. Questo contatto diretto, da corpo a corpo, permette unaprofonda ed intensa osmosi termica, idrica ed emozionale, moltoimportante per la sicurezza e l’equilibrio psichico edemozionale del bambino. La madre in Africa è, anche, laprincipale educatrice dei figli. È lei ad incidere nellacoscienza, nel cuore e nel carattere dei figli, le norme morali,sociali e religiose tradizionali della comunità. Il figlioè legato a sua madre attraverso i forti laccidell’affettività, del rispetto e della fedeltà. Nonc’è cosa più temuta che la maledizione della madreal figlio. Dio ascolta il dolore della madre causato dal figliodisobbediente. Se la madre adirata con il proprio figlio, bagna ilseno e lo volge verso Dio, attira ogni tipo di disgrazie e dimaledizione su questo figlio. E non c’è possibilitàdi revocare questa maledizione. Per questo, si deve evitare ad ognicosto di molestare la madre o di causarletristezza.
L’africano è anche fortementevincolato alla sua terra d’origine. La terra è legata alsuo passato, al suo presente e al suo destino finale. Èlì che sono sepolti i suoi antenati e si trova l’alboredel culto. La terra che lo ha visto nascere, nella quale èstata piantata la sua placenta, sulla quale fu steso un giorno inoccasione della presentazione rituale e che più tardi èstata bagnata con il suo sangue, nel rito della circoncisione,è parte inseparabile da lui. Anche se costretto ad emigrareper lungo tempo, la sua mente e il suo cuore saranno sempreorientati verso la sua terra, e non dormirà in pacefinché non vi farà ritorno, anche se solo simbolicamente.Se qualcuno muore fuori dalla sua terra, si farà di tutto perriportarci il corpo, e se ciò non fosse possibile, nellapropria terra si farà una sepoltura simbolica, mentre doveè morto si avrà cura di seppellirlo con il capo orientatoverso la terra di origine. Si può, perciò, immaginare laviolenza e il trauma causati dalle deportazioni, dai trasferimentiimprovvisati e dalle emigrazioni forzate di popolazioni verso terresconosciute a causa delle guerre, dei genocidi e dellafame.
5. Simpatia/Empatia
Coloro che visitano per la prima voltal’Africa, restano meravigliati nel vedere la facilitàcon la cui si riuniscono grandi moltitudini di persone per ipiù svariati motivi: matrimonio, nascita di un bambino,malattia, morte. È molto elevato il sentimento disolidarietà e di partecipazione nei momenti più intensi esignificativi della vita, particolarmente in occasione dellamalattia e della morte.
Quando muore qualcuno, secondo la tradizione,tutto il paese resta paralizzato: dal momento della morte fino allasepoltura del defunto non si può zappare la terra, si lasciail lavoro e ci si reca sul luogo del decesso. In poco tempo, siriuniscono familiari, amici e persone apparentemente senza nessunrapporto di familiarità, per accompagnare e confortare imembri della famiglia, non solo durante la cerimonia dellasepoltura, ma anche prima e dopo. Un detto tradizionale dice:«nella sofferenza siamo tutti unafamiglia».
L’africano è naturalmente portato allacompassione; ha una naturale capacità di condividere e dicomunicare agli altri sentimenti di affetto, di sofferenza e digioia, che chiamiamo simpatia. Molte volte questo sentimentooltrepassa i limiti della semplice emozione, per toccare i livellipiù profondi dell’anima e della personalità,traducendosi in presenza, ascolto e comprensione amorosa dellasituazione altrui.
Come si diceva sopra, l’africano èpersona dall’ascolto attento, affettivo, paziente erispettoso. Un ascolto che tocca tutta la persona, e arriva adimmergersi nell’esperienza intima dell’altro, cosìda formare il senso del “noi”. L’empatia veraavviene quando qualcuno si fa prossimo, cerca con semplicitàdi porsi al posto del suo interlocutore e si sforza di capire ilcuore della realtà a partire dall’esperienza, dal ritmoe dal punto di vista dell’altro.
L’empatia africana è feconda,poiché, attraverso l’ascolto attento ed affettuoso, lapersona si apre all’altro, lo accoglie con affetto e fa cheegli “nasca” dentro di sé. Nella misura in cui sicondivide in profondità, la persona che accoglie ed ascolta fasue le esperienze, le emozioni, le preoccupazioni, i timori e lesperanze di colui che viene accolto.
Per l’africano tradizionalel’ascolto-empatico ha una funzione terapeutica. Ascoltare edaccogliere con amore, è curare lo spirito e il cuore dellapersona. I saggi-maghi, i medici-curatori, gli anziani sonochiamati “letamaio”, perché è il luogo dovele persone vanno a “buttare” la spazzatura della lorovita. Queste persone trascorrono la maggior parte del tempo acolloquio con i loro clienti, semplicemente ascoltandoli conattenzione. Non ascoltano passivamente, solo con gli orecchi, macon tutto il corpo, con gesti, con emissione di gemiti, fatti damonosillabi, che assicurano l’interlocutore di essere seguitoe lo stimolano a verbalizzare i drammi e le preoccupazioni che hanell’animo e nel cuore. Dopo ciò gli vengono dati alcuniconsigli ed indicati i rimedi e i riti da compiere. La persona sisente sollevata e, spesso, liberata dal suo male; a volte, non habisogno nemmeno che gli vengano dette delle parole o che glivengano indicati rimedi o riti. Se ne va grata, perché èstato curata con l’accoglienza el’ascolto-empatico.
6. Allegria e Festa
L’Africa si caratterizza perl’allegria contagiante, l’anima vibrante, il canto, ladanza e il ritmo coinvolgente, il carattere caldo efestoso.
C’è, senza dubbio, una grandedifferenza di atteggiamenti tra gli africani e gli altri popoli difronte alla sofferenza, la miseria e l’insicurezza dellavita. Migliaia di famiglie e di bambini africani vivono ogni giornoin situazione di completa incertezza riguardo al domani.Trascorrono il giorno con la fame, senza sapere dove trascorrere lanotte e se mangeranno il giorno seguente, tuttavia, continuano adanzare, accompagnati dai canti, dal ritmo dei tamburi e dalbattito delle mani.
Visitando le famiglie e le popolazioni africane,fortemente flagellate dalla sofferenza nei quartieri poveri dellecittà, nei campi dei rifugiati o nei luoghi dove si ammassanogli sfollati, si rimane profondamente sorpresi per la lorocapacità di soffrire con serenità e sempre con il voltosorridente.
Per l’africano la vita è una festa.Ringrazia Dio per il poco e trova sempre dei motivi per celebrare,con allegria, ogni istante che passa come un dono. A volte, misorprendo a pensare alla famiglie ricche dell’Occidente, che,pur sedendo attorno ad una mensa stracolma di ogni ben di Dio, sonosenza allegria, con i volti tristi e sempre pronte a lamentarsi.Mentre le famiglie africane con molti figli, con un po’ dicibo e di bevande, fanno festa tutto il giorno, riempiendol’ambiente di allegria. L’africano, pur vivendo nellapovertà assoluta e in mezzo ad ogni sorta di sofferenza, nonsi lamenta mai ed è sempre pronto a cantare e asorridere.
Basta guardare le celebrazioni eucaristiche deicristiani africani come sono animate e cariche di dinamismo: sonouna festa che si prolunga all’infinito senza che nessunoguardi l’orologio. Perché correre? Perchépreoccuparsi del tempo, se il Signore ci fa visita e sta in mezzo anoi? Le comunità cristiane in Africa, soprattutto quellepiù povere, preparano sempre qualcosa per tutti e qualchemomento di fraternità, con canti e danze, al termine dellacelebrazione. La messa, insomma, è la festa dei fedeli attornoal loro Signore, è un momento di incontro, di convivio e dicondivisione dei beni spirituali ed anche materiali. Nonc’è incontro, non c’è celebrazione senzafesta, non c’è festa senza mangiare insieme qualchecosa. Non è importante la qualità e la quantità delcibo, ma l’intensità della relazione,dell’incontro, della comunione e della condivisione.L’africano mostra la sua gioia cantando e danzando. Ètutta la persona, corpo e spirito, che manifesta la suagioia.
Da dove l’africano estrae l’energia ela motivazione per questa allegria e per questa capacità difare festa in mezzo a tanta sofferenza? Penso che la fonte dellasua allegria e della sua speranza risiedano nella fede in Dio e nelsenso di comunione fraterna.
7. Speranza e futuro
Si è parlato molto dell’Africa comedel “Continente della speranza”. Non so con quantoconsapevolezza, ma si è lontani dal vero. I popoli africanivivono con la speranza in un domani di liberazione. Questo anche ainostri giorni, dopo le indipendenze politiche, alcune realizzate dapiù di quattro decadi. Una speranza sprovvista di una visibilecertezza, che è riuscita, però, a sfidare e a sopraviverea secoli di dominazione e schiavitù coloniale, e continua abattere nel cuore di popoli immersi nel tunnel del sottosviluppo,della fame, dell’analfabetismo, della corruzionegeneralizzata e delle guerre fratricide. Malgrado tutto, il sorrisoancora non è scomparso dal volto dell’uomo africano.È da chiedersi, da dove viene questa speranza che continua afare degli africani uomini e donne di spirito allegro econtagiante?
Durante la mia permanenza in America Latina misono sempre chiesto, come si spiega che la colonizzazione abbiadeterminato lo stermino quasi totale delle popolazioni indigene(Indi, Americani, Aborigeni Australiani), ma non lo sterminio dellepopolazioni di origine africana, nonostante che siano statedeportate lontano dalle loro terre e costrette a vivere incondizioni disumane? Ciò si deve in gran parte alla forza e aldinamismo della religione tradizionaleafricana.
Ho appreso, infatti, che gli africani, condotticon la forza in schiavitù nelle Americhe, conservarono la lororeligione e le loro credenze tradizionali. Così, al terminedel duro lavoro giornaliero si riunivano negli “spazisacri” di Candoblé, di Makumba, di Kimbundu, di Vodou etrascorrevano l’intera notte a cantare, danzare e a suonare(battere) il tamburo. Lì ricordavano e rendevano culto ai loroantenati e nutrivano la speranza di ritornare un giorno nellalontana “Madre Africa” per offrire il Grande Sacrificiopresso gli “Alberi sacri della tribù”. Èlì che le popolazioni incontravano l’energia persopravivere a tutte le sofferenze.
Continua ad essere così nell’Africa dioggi. La religione tradizionale africana è tuttora laprincipale fonte di gioia e di speranza per le popolazioni africaneche, dopo secoli di schiavitù e di sfruttamento, sembranocondannate all’oblio in mezzo ad ogni tipo di sofferenza, dimiseria, di malattie endemiche, di guerre senza fine. È nellaloro religione tradizionale che trovano la forza per resistere allatentazione della disperazione che facilmente le condurrebbe alsuicidio collettivo. Purtroppo, il genocidio culturale iniziatoall’epoca coloniale e continuato ora con la realizzazionenegativa della globalizzazione, potrebbe condurre alla distruzionedei popoli africani a partire dalla cancellazione delle basi dellaloro cultura.
Conclusione
Riflettendo su queste categorie esistenziali, sisono individuati vari punti di contatto della cultura tradizionaleafricana con l’esperienza religiosa francescana.L’ascolto è l’elemento fondamentale del camminospirituale di conversione di Francesco e dei suoi primi compagni.Francesco ascolta la voce del Crocifisso di San Damiano, ascolta ilSignore che gli parla nei sogni, ascolta il Vangelo della missioneapostolica. Si tratta di un ascolto attento, meditato edinteriorizzato fino a trasformare il proprio corpo ad immagine vivadel Cristo crocifisso. È un ascolto che trasforma la vita. PerFrancesco Dio è sempre un Dio che parla e rivela la suavolontà per definire il suo programma di vita e quella deisuoi Frati: «Il signore mirivelò...».
L’esperienza spirituale di Francesco sifonda sull’incontro personale con il Dio di Gesù Cristo.Tale incontro che inizia nella famiglia, osservando la fede e lapratica religiosa di sua madre, si approfondisce nella giovinezzanell’incontro personale con Gesù Cristo nel Crocifissodi San Damiano, nel lebbroso e nei poveri, nel Vangelo, nellaChiesa. L’incontro personale con il Signore invia Francescoall’incontro con i fratelli per formare una Fraternità elo spinge ad andare per incontrare i più lontani, «tragli infedeli». L’incontro per Francesco è qualcosadi profondo che trasforma la vita, la visione delle cose ed orientain modo nuovo la sua vita.
Quando Francesco incontra Dio, che parla al suocuore, si trasforma in un uomo aperto e profondamente accogliente:comprende che la sua vita non è fatta per essere consumatanell’isolamento egoistico, ma per essere condivisa con glialtri; accoglie i fratelli con simpatia e compassione; adotta comeregola d’oro di vita fraterna il principio: provvedere alfratello come vorremmo si provvedesse a noi stessi, se citrovassimo in un caso simile (cf San Franceso, Lettera a un Ministro, 17). Tutto ciò ha una forte risonanzanelle categorie di accoglienza e di simpatiaafricane.
La relazione speciale e profonda con Diotrasforma Francesco in un uomo di relazione universale in unaduplice direzione: verticale, con Dio; orizzontale, con gli uominie le creature, per formare la fraternità universalesolennemente celebrata nel “Cantico delle Creature”.Questo incontra un’eco profonda nel principio africano dellapartecipazione vitale universale.
L’intensa esperienza spirituale diFrancesco, la sua fede incondizionata, nella quale Dio è«il bene, ogni bene, il sommo bene», fa delfrancescanesimo un messaggio di totale fiducia nella misericordia eprovvidenza divina. In ciò affonda la radice la perfettaletizia che Francesco e i suoi compagni celebravano nei momenti digrandi prove. È qui che si incontrano le ragioni dellasperanza che attraversa da una parte all’altra la storiadegli ottocento anni di vita e di testimonianza evangelica delfrancescanesimo. È qui che il francescanesimo trova la fontepermanente per rinnovare le energie necessarie così daintraprendere con coraggio nuovi cammini. Con gli occhi della fededi Francesco, il francescanesimo è sempre un messaggiopositivo, pieno di speranza e di ottimismo verso la realtà, lavita e la storia.
Il cristianesimo in Africa si presenta ancoracome un cristianesimo disincarnato, vissuto come qualcosa diesterno, senza un legame reale con gli autentici valori delletradizioni culturali degli africani. La fede nel Vangelo e la CTAcontinuano ad essere due mondi separati, anche se sovrapposti nellepersone. Ancora non c’è stato un incontro fecondo tra lafede cristiana e la cultura africana, che permetta la nascita diuna nuova realtà: il cristianesimo africano. Molti africanisono stati battezzati e svolgono pratiche sociali cristiane, ma laloro anima si muove in una sfera totalmente differente. Nei momentiimportanti della vita individuale e sociale, molti cristianiafricani non si lasciano guidare dai criteri della loro fedecristiana, ma da quelli delle tradizioni dei loroantenati.
Il francescanesimo, secondo le affinitàsopra indicate, si trova nella migliore posizione per aiutare inprofondità i popoli e la cultura africananell’evangelizzazione. Nel dialogo autentico tra ilfrancescanesimo e la CTA, c’è bisogno che entrambi leparti compiano un duplice movimento. Il francescanesimo dovrà“africanizzarsi”, assumendo i valori autenticiesistenti nella CTA. Questa, a sua volta, dovrà lasciarsiinterpellare da quegli aspetti che potrebbero essere incontraddizione con il Vangelo. Il messaggio francescano èchiamato ad esplicitare la rivelazione del Verbo Incarnato giàpresente in germe nell’animo e nella cultura africana. IFrancescani africani, radicati sul patrimonio carismaticolasciatoci da san Francesco e dai suoi primi compagni, e trasmessonei secoli dalla tradizione francescana, devono tessere unfrancescanesimo africano, un nuovo modo di professare, di vivere edi esprimere con fedeltà lo stesso ed unico carisma, masecondo l’originalità della lingua, dello stile, delgenio e della cultura africana. L’africanizzazione delfrancescanesimo non deve limitarsi ai soli aspetti esteriori efolcloristici, ma deve arrivare in profondità per trasformareil modo di pensare, di vivere, di esprimere e di relazionarsi alivello individuale, sociale, morale e religioso. Solo in tal modogli africani potranno essere autenticamente africani edautenticamente cristiani e francescani.
Roma, Santa Maria Mediatrice, 20 aprile2007
Fr. Amaral Bernardo Ammaral,OFM